sabato 25 febbraio 2012

Il falegname di Ottobrunn - processo ad un criminale di guerra

Josef Scheungraber fu Comandante della 1^ Compagnia del Battaglione 818 dei Gebirgsjäger, un reparto della Deutsche Wehrmacht altamente specializzato nelle opere di riparazione e demolizione dei ponti e nella posa di mine per la realizzazione dei campi minati. Nel 1944 il reparto è attestato nella zona di Cortona-Umbertide dove, durante la ritirata, era impegnato a proteggere le truppe tedesche dall'avanzata degli Alleati. Nel giugno di quell'anno due soldati tedeschi, reduci dal saccheggio in un fattoria presso Falzano, vennero uccisi dai partigiani. Per vendetta, il Sottotenente Scheungraber rastrellò quindici civili, giovani e anziani, uomini e donne: quattro furono uccisi nelle campagne adiacenti, undici furono spinti all'interno di un casolare che fu fatto esplodere con la dinamite. Solo uno si salvò: Gino Massetti. Non solo. L'intera Falzano fu distrutta e incendiata. Dopo la guerra e il periodo di prigionia, Scheungraber tornò in patria e ingrandì la sua falegnameria a Ottobrunn.
Il 15 settembre 2008 inizia a Monaco di Baviera il processo per assassinio (“Mord”) a Josef Scheungraber. Difeso da un “triumvirato” di avvocati di estrema destra, l'imputato rifiuta ogni accusa a suo carico. Nonostante sia stato già condannato all'ergastolo, in contumacia, nel 2006 dal Tribunale Militare di La Spezia, ha continuato a fare la vita di sempre nella sua Ottobrunn, protetto dall'abbraccio omertoso dei suoi concittadini. L'11 agosto 2009 il Tribunale di Monaco condanna Scheungraber all'ergastolo. Si tratta del primo caso in Germania di condanna esemplare di un appartenente alle forze armate tedesche per un massacro di civili innocenti in Italia. La notizia fa il giro di tutto il mondo.
Facendo un percorso a ritroso, dal processo di Monaco di Baviera ai fatti del giugno 1944 durante l'occupazione tedesca, nell'avvicendarsi di passato e presente, il libro apre una serie di finestre sulla vita contemporanea, sociale e politica in Germania e in Italia: dagli aspetti meno noti della realtà tedesca lontani dallo stereotipo corrente - rappresentati dalle nuove generazioni che scontano gli errori di ieri e da tutta quella nuova umanità tedesca che vigila con attento fervore contro il riaffermarsi di qualsiasi rigurgito nazifascista – ai “moderni” tentativi di revisionismo, fino a coloro che ritengono scomodo e dannoso ravvivare la Memoria. Il tutto con aperture su luoghi anche meno noti e su personaggi, che l'autore fa parlare, muovere, commuovere, esaltare, irritare. Il lettore è guidato in un viaggio tra i due Paesi attraverso una lettura agile, ben lontana dall'accademico “saggio” storico, che si alterna tra la forma della cronaca e quella del racconto, tenendo però sempre alta l'attenzione alla verità della Storia e verificando sempre scrupolosamente le fonti documentarie.


Non e' stato facile per me finire questo libro....ogni pagina una pugnalata, un ricordo doloroso, un'immagine lacerante.
E' il racconto dei 47 anni che ho vissuto ascoltando mia nonna che piangeva suo marito, mio nonno, ammazzato dai tedeschi nel '44. E' il ricordo del processo, angosciante, che si e' concluso con l'ergastolo per l'ometto insignificante che aveva ordinato la strage e che a distanza di 60 anni si vantava in giro per Ottobrunn di come aveva fatto fuori quel branco di idioti italiani.
E' il ricordo di mia nonna e mia madre che hanno conservato fino all'ultimo la camicia con i fori degli spari e le macchie di sangue che aveva addosso mio nonno quando e' stato ucciso.
E' la storia della strage di Falzano di Cortona, una delle tante che si sono consumate in quegli anni fra Toscana ed Emilia, l'unica, per ora, di cui l'autore e' stato processato e condannato all'ergastolo da un tribunale militare tedesco in Germania.
Quando e' stata pronunciata la sentenza mia nonna era morta da due anni. Io e la mia famiglia eravamo in quell'aula di tribunale a Monaco di Baviera.
In quel momento il mondo e' diventato un po' piu' pulito.
Ringrazio Alessandro Eugeni, l'autore, per averlo scritto, a nome di tutti i parenti delle vittime.