giovedì 8 giugno 2017

Guerra.

"E non posso fare a meno di chiedermi ora, Willie MacBride,
Tutti quelli che giacciono qui sanno perché sono morti?
Ci hai creduto davvero quando ti han detto perché?
Hai creduto davvero che quella sarebbe stata l'ultima guerra?
E la sofferenza, la pena, la gloria e la vergogna,
Uccidere e morire - tutto è stato invano.
Perché, Willie MacBride, tutto quanto è successo di nuovo,
Di nuovo, di nuovo, di nuovo, di nuovo"
Povero Willie MacBride, morto a 19 anni nella Grande Guerra.
Spero tanto che non ci abbia creduto manco un secondo, che quella sarebbe stata l'ultima guerra. Ma a 19 anni si credono tante cose, e si va a morire cosi' facilmente.
E le guerre sono cosi' affascinanti, uno chissa' cosa si sente ad andare in guerra a combattere.
Non lo voglio sapere: faccio parte di quella stolida schiera di pacifisti ad oltranza che della guerra non sapeva che farsene prima di averne una, e dopo averne viste fin troppe ha una sicurezza nella vita: basta guerre, basta!
Ma di sicuro ci saranno altri campi da riempire di nomi e date, o forse manco quelle, fosse comuni e via.
"io chiedo come puo' l'uomo uccidere un suo fratello".
Beh, manco io, ma e' uno sport molto diffuso...

domenica 4 giugno 2017

Dohuk

La prima cosa che mi ha colpito e' stata la pulizia.
Dohuk e' una città pulitissima, ordinata, niente cumuli di spazzatura per terra, niente carcasse di auto abbandonate, nessun animale randagio che cerca cibo, nessun fuoco di roba abbandonata per strada.
La seconda e' l'aspetto ordinato e ben tenuto: strade ben tenute (ci sono meno buche sull'asfalto che fra Campi Bisenzio e Sesto Fiorentino, per dire), semafori funzionanti, segnali ed indicazioni stradali, traffico moltissimo ma scorrevole ed ordinato.
Poi le case: curate, ben tenute, ridondanti di decorazioni, colonnine, porte e finestre di forme complicate e suggestive (pure pacchiane, direi...)
Poi i giardini: la citta' e' molto verde, ci sono molti parchi pubblici estremamente curati, alberi, giardinetti privati...vedo spesso persone che innaffiano e giardinieri al lavoro.
Che siamo in Medio Oriente e non in Svizzera, piu' che altro, lo rivelano le terrificanti ragnatele di fili elettrici e cavi che percorrono la citta'. Roba da arresto immediato. E difatti ogni 3 x 2 salta la corrente in tutto il quartiere...e direi che non e' complicato capire il perche'.
Negozi e bazar numerosissimi, piccoli ma molto forniti, anzi, stipati di merci.
Confesso che mi aspettavo una situazione simile a quella del Sud Sudan, un paese stremato dalla guerra, che sopravvive fra un attacco terroristico, una carestia ed un paio di sparatorie con qualche morto al giorno.
Mi sbagliavo.
La guerra, qui, non si vede. La miseria neanche. Al massimo, quella lieve trascuratezza di lavori in corso e di cantieri sempre aperti con case da cui spuntano i tondini del cemento armato in attesa di aggiungere un piano, una scala, un altro pezzo perche' chissa'...
Quindi, tutto bene?
No, affatto...che c'e' molto da lavorare l'ho capito appena messo piede al Maternity Hospital. Una struttura fatiscente, con uno strano mix di muri scrostati ed attrezzature modernissime, un bagno per 18 pazienti (ammassate in un'unica stanza) ed un enorme schermo piatto che trasmette video educativi (pure ben fatti) sull'alimentazione in gravidanza, cura del neonato, allattamento, contraccezione.
Un numero abnorme di nascita (quasi 24.000 l'anno) con uno staff ai minimi termini (6 infermiere-ostetriche per turno fra reparto e sale parto) con orari da delirio (una settimana mattina, una settimana pomeriggio, una settimana notte, 3-4 giorni liberi e si riparte) ed una formazione largamente insufficiente (2 anni di corso per le ostetriche, con un totale di 3 mesi di tirocinio "di guppo" osservazionale, 4 anni per le infermiere-ostetriche, che pero' non possono assistere i parti, col solito tirocinio osservazionale di 6 mesi in totale).
Il risultato e' una mortalita' neonatale del 16%, materna del 5%.
Non usano il partogramma, non sanno cos'e' un indice di Apgar, non controllano il battito cardiaco fetale nella fase espulsiva (pochissimo in quella dilatante), non hanno (e non saprebbero usare) la Ventosa Ostetrica, non misurano le perdite ematiche post-partum. In compenso fanno un sacco di episiotomie (senza guanti o telini sterili...). Il pediatra c'e' solo di giorno.
E come sono arrivata, la prima domanda e' stata "quanto prendi per stare qui?". I loro stipendi non vengono pagati da 6 mesi, Baghdad non invia il denaro che gli spetterebbe ma che spende per la guerra contro i fondamentalisti .
Questo mese hanno pagato il personale con un "anticipo" di circa 300 dollari.
Bene, rimbocchiamoci le maniche e vediamo di partire: domattina inizio i corsi per introdurre il partogramma nell'uso quotidiano. Prima ho lavorato in reparto e sala parto per diversi giorni per capire come si svolgeva la loro routine quotidiana. Il secondo giorno mi hanno chiesto se sapevo mettere gli aghi cannula, il terzo se sapevo assistere i parti. Mi hanno messo un paio di forbici in mano e mi hanno detto "questa e' al primo bambino, devi fargli l'episiotomia". Quando gli ho chiesto il motivo, mi hanno risposto "se non la sai fare, la faccio io". Ok, grazie per la risposta: adoro la gente che ha delle certezze. Poi pero' mi hanno impedito di suturare, perche' qello lo devono fare le dottoresse. La ragazza (16 anni) ha aspettato piu' di un'ora sul lettino che qualcuno la suturasse.
Tutto normale.
Ogni tanto rimpiango Firenze.


venerdì 12 maggio 2017

Kurdistan

E quindi eccomi qui: nuova avventura.
Il Kurdistan iracheno. A livello di esperienza di vita, un notevolissimo miglioramento rispetto al Sud Sudan, che sta affogando nella miseria e nella guerra. Confesso, due anni a Wau sono stati durissimi. Sono andata via con un senso di liberazione immenso, e con una punta di senso di colpa nel lasciare un paese che ha davvero bisogno di tutto. Ma non ce la facevo piu'.
E sono arrivata in Iraq. Secondo il sito piu' aggiornato che ho trovato, quello dell'Express, (un noto quotidiano britannico) ho guadagnato solo una posizione in fatto di pericolosita': i primi due posti solidamente detenuti da Siria ed Afghanistan, il Sud Sudan terzo, l'Iraq solo quarto. Seguono Somalia ed altri: l'elenco dell'inferno in terra. Eppure, la sensazione che ho avuto e' molto diversa. Ok, cominciamo col dire che la regione autonoma del Kurdistan e' una situazione decisamente particolare rispetto al resto dell'Iraq. Non provo neanche a tracciare una sintesi di storia del Kurdistan, non la conosco a fondo (e neanche superficialmente), cerchero' di documentarmi in futuro...ma la citta' in cui sono, Duhok, e' un bel posto, molto simile alla nostra idea di citta'. Cosa che Wau, in Sud Sudan dove ho lavorato e vissuto due anni, proprio non è. Li', che eri in una paese in guerra e nella miseria piu' nera lo capivi prima di arrivarci, dai collegamenti impossibili (non esistono ferrovie, strade impraticabili e pericolosissime, compagnie aeree locali improponibili...), qui arrivi comodamente nella capitale Erbil con un comodo volo di linea Lufthansa, aeroporto nuovissimo, autostrada piuttosto ben tenuta, auto moderne, e poi si arriva a Duhok in meno di due ore.
Che e' a  a 50 Km da Mosul.
Che da qui proprio non si vede.
Pero' ad ogni incrocio (nei viali principali) ci sono le indicazioni per Erbil, per Mosul e per altre localita' che ancora non conosco.
Ho scoperto, in una settimana, che qui si sta benissimo, posto ottimo, tranquillo, pieno di negozi, belle auto, giardini curati, belle case, scuole, strade tenute meglio della Firenze-Siena (non che ci voglia molto), parchi, alberghi, ristoranti...insomma, una citta' viva e molto piacevole. Pero', se sbagli incrocio, ti potresti avvicinare all'inferno.
Ho scoperto anche che qui il giorno festivo è il venerdi', ed il week-end è composto da venerdi' e sabato (la domenica ricomincia la settimana lavorativa). La cosa scombussola un po', ma ci si abitua in fretta.....oggi una bella scampagnata al lago, domani riposo
Devo ancora capire molte cose.

venerdì 7 aprile 2017

Storie africane (mica servono gas e aeroplani per fare un massacro...)

"Credere che il genocidio in Ruanda sia stato eseguito a colpi di machete è in qualche modo rassicurante: hanno preso gli attrezzi dai loro capanni e si sono massacrati, cosa c’entriamo noi? Ma le cose non sono andate così. Nei tre anni precedenti il 1994, sotto gli occhi della Banca mondiale, il Ruanda – che è poco più grande della Sicilia – era stato, in termini assoluti, il terzo importatore d’armi di tutta l’Africa. Pure i machete erano arrivati dalla Cina in gran quantità, per essere distribuiti agli assassini. Altra lezione: finché non si affronterà davvero il problema della povertà e della fame nel mondo, si lascerà sempre spazio ai fomentatori d’odio.
Certo, sono ovvietà, di cui però i paesi più potenti del mondo, Italia inclusa, non tengono conto, continuando a vendere armi senza curarsi dell’uso che ne sarà fatto e destinando quote assolutamente insufficienti all'aiuto pubblico allo sviluppo."

Queste frasi le ho tratte dall'articolo di Daniele Scaglione su "Internazionale" del 3 aprile scorso: trovate tutto l'articolo qui:

Ma come dicono i commercianti di armi? "noi gliele vendiamo, poi come le usano non e' colpa nostra".
Business is Business.
Raccogliere firme per depenalizzare il massacro dei fabbricanti e venditori di armi non mi sembra per nulla una prospettiva negativa. Banche comprese, ovvio...


giovedì 6 aprile 2017

Virtu' guerriere.

"Se noi,
con la passera rasa, profumate,
in vestaglie d'Amorgo trasparenti,
girassimo per casa, e quando i nostri
mariti, a pinco ritto, ci volessero
fotter, non ci accostassimo, e fuggissimo,
presto, lo so, farebbero la pace!"
(Lisistrata, di Aristofane, prima rappresentazione ad Atene, 411 a.C.)



Nella commedia le donne ottengono cio' che vogliono, ovvero la fine della Guerra del Peloponneso.
Nella realta', purtroppo, in tutte le guerre il metodo non funzia, visto che primo diritto dei guerreri e' quello di stuprare (prima o dopo averle ammazzate, preferibilmente prima) le donne, ragazze e bambine del "Nemico".
Lo stupro come arma di guerra e' una lunga tradizione che continua imperterrita in qualunque parte del mondo.
Eppure esistono donne che difendono la guerra e le virtu' guerriere.
Ma devono essere le stesse che definiscono se stesse "brave donne" mentre le altre son tutte puttane & troie.
Un giorno o l'altro forse mi riuscira' capire quel tipo di donna.
Ma fossi in voi non tratterrei il fiato nell'attesa....

martedì 20 dicembre 2016

Ritorno

Sono trascorsi poco piu' di 2 mesi da quando sono partita per il secondo incarico in Sud Sudan. Adesso sto tornando a casa per le vacanze di natale. Non sono stati mesi facili, ovviamente. Non per problemi di sicurezza: in realtà Wau , dopo i problemi dello scorso giugno, e' tornata ad essere una città fondamentalmente tranquilla. Tranquilla per gli standard del Sud Sudan, ovviamente. Qualche sparo di notte si e' sentito, dice ci sono stati anche dei morti, ma onestamente, se non avessi letto i resoconti sui mezzi d'informazione, non mi sarei accorta di nulla: come quando leggi di una sanguinosa rapina nella tua citta, se non coinvolge il tuo quotidiano lo leggi sul giornale e basta.Detto questo, la città e' cambiata. E' nato un nuovo villaggio di sfollati intorno al compound di UNMiss, un villaggio di tende in cui abitano circa 10'000 (secondo altre fonti 20'000, ma non saprei quantificare) persone scappate dalle loro case a giugno e senza apparente intenzione di tornare ai loro luoghi originari. Non so dargli torto, non credo neanche io mi sentirei sicura al posto loro.La pace in questo paese e' sempre un miraggio, Dappertutto arrivano segnali di scontri che stanno covando sotto la cenere, gente che diffonde odio fra i gruppi etnici, milizie al soldo di gente varia che va in giro impunemente a fare stragi di civili e distruggere campi, mandrie ed abitazioni. Arrivano spesso e volentieri messaggi allarmati da varie istituzioni: tutti si aspettano che con la fine della stagione delle piogge ricomincino le scorribande. E in effetti non sarebbe assolutamente la prima volta che nella stagione secca (a dicembre, in particolar modo) ripartono gli scontri. Un messaggio mi e' arrivato pure dalla Farnesina: sostanzialmente diceva che siccome tutti temono nuovi disordini, e' meglio prendere ferie a dicembre e tornare a casa. Le ferie pero' dovranno essere le nostre, loro non sono coinvolti se non ci sono situazioni di rischio reale. E nonostante tutte le chiacchiere, ad oggi, 19 dicembre, problemi non ce ne sono stati. Il piano ferie me lo sono studiato quest'estate, e non ho nessuna intenzione di cambiarlo per notizie inconsistenti e non verificate. Con cio', puo' darsi che da un momento all'altro tutto cambi, qui la situazione e' troppo fragile per stare tranquilli..Ma fino ad ora, tutto sembra tranquillo. Io adesso sono a Juba, in attesa del mio volo di giovedi' per il Cairo per poi proseguire per casa venerdì mattina. Finora sono riuscita a seguire poco ed in modo frammentario quello che succede in Europa, data la sempre pessima connessione Internet di Wau. Qui a Juba le cose funzionano decisamente meglio, e quindi sto cercando di recuperare le notizie perse. Purtroppo, stamani mi sono dedicata invece a notizie freschissime: una terna di attentati. Aleppo, che non e' un attentato, e' una guerra che dura da troppo tempo. Ad Ankara hanno sparato all'ambasciatore russo: mi perdonerete, spero, se non mi sento molto emotivamente coinvolta.
A Berlino, camion sulla folla. Civili morti al mercato. Sarebbe una storia di tutti i giorni da tante parti del mondo i mercati con la loro massa tranquilla di famigliole, visitatori, gente che a tutto pensa tranne che a morire sono un obiettivo facilissimo per chi vuole fare una strage con pochi mezzi.
Stavolta e' successo a Berlino. Non mi nascondo, Berlino la conosco bene (e la amo) e non la metto sullo stesso piano emotivo di tante altre stragi ai mercati.
Purtroppo, siamo in guerra. Perche' se su questo pianeta c'e' una guerra da qualche parte, nessuno pensi di non essere interessato...confini, muri, fili spinati...no, non servono. 
Detto questo, a Berlino dedico volentieri un ricordo.

Berlin, gelebte Berlin.

A presto

martedì 11 ottobre 2016

Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare.

Viaggiare come liberazione, conoscenza superamento. Oppure come eterno ritorno, perche' nei luoghi si ritorna sempre.
Sto preparando le valigie per il mio prossimo ritorno in Sud Sudan. Domattina il treno per Fiumicino, poi il primo volo fino al Cairo.
Domani l'altro raggiungero' Juba. Domenica arrivero' a Wau.
Sono nel panico. Ho paura di volare, per farmi coraggio sto guardando l'ennesimo episodio di "MayDay, Indagini ad Alta Quota".
Sono una perfetta idiota.
Ho paura di lasciare Firenze.
Ho paura di tornare in Africa, in quell'Africa massacrata dalla guerra, dalla malaria, dalle violenze, dalla miseria e dall'indifferenza di tutti.
Oggi e' maledettamente freddo.
Tutto quello che vorrei e' una casa con un caminetto acceso, i miei gatti arrotolati, una poltrona comoda, un bel plaid ed un bel libro.
E invece domani partiro', di nuovo.

. il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.